Campionario di banalità

Anzitutto eravamo partiti col piede sbagliato, cercando di fare il passo più lungo della gamba. Scivolammo così sulla proverbiale buccia di banana, cavalcando a spada tratta lungo l’argine della nostra incoscienza. Sedemmo sugli allori per mesi, e fu nel nostro maggio che raccogliemmo i frutti lasciati maturare al sole. La giostra dei cavalli a dondolo si fermò, e piansero i gatti sui tetti che avevano una macchia sul nasino all’insù, a guardare quella luna piena ed a rimirar le stelle.
Al di là della siepe, un deserto di macchine e i soliti maxi-sconti: i poliziotti ci mettevano le mani in faccia, donne nervose per i loro matrimoni in pezzi procedevano a zig-zag nel traffico cittadino. Dove son finiti i bei tempi andati? Quando eravamo piccoli i sapori erano più intensi, e si poteva stare sotto il sole che non ti scottavi: adesso chissà cosa c’è nel cibo confezionato. E poi l’aria è tossica e i mari sono inquinati. Le rondini se ne vanno a marzo e tornano a settembre, son qui in ufficio e non vedo l’ora che passi questo lento pomeriggio immobile.
Mi distrae il titolone delle testate giornalistiche: in questi spazi soffocanti non mi resta che impilare cassette della frutta e vivere vendendo matite e dormendo in scatole di cartone. Ho così tante sfumature che non mi resta che disegnare, tratteggio forme su fogli di carta buoni solo per incartarci il pesce. L’ospite mi diventa scomodo e ingombrante, ultimi scampoli di primavera in questo cielo a sprazzi. La fine dell’arcobaleno al di là dei miei sogni d’oro non è che tutto fumo e niente arrosto, sulla rotonda di un valzer dolcissimo nelle pieghe dei miei ricordi in una notte di mezz’estate.

Prosit!

Ci si deve abituare a tagliare il cibo in piccoli bocconcini grandi al massimo quanto una falange del proprio pollice: si devono infilare in bocca uno alla volta, masticandoli dapprima con gli incisivi e poi mano a mano distribuendo il bolo verso i molari, aiutandosi con la lingua. Bisogna masticare decine e decine di volte, sentendo sfumare la consistenza del cibo negli zuccheri e negli amidi rotti dall’azione enzimatica della saliva. Si deve riuscire a deglutire senza sforzi, e il prossimo boccone va fagocitato a ingestione ultimata del precedente. Le prime volte si scoprirà che il tempo del pasto si allunga notevolmente, ma che con la bocca meno piena si parla anche un po’ di più e si gusta meglio il sapore delle cose, oltre che della compagnia di un altro essere umano. Diventa comunque necessario masticare un po’ più in fretta per non attardarsi troppo a tavola: questa maggiore stimolazione mascellare produce un massaggio alle trombe di Eustachio poste nell’orecchio interno, facilitando l’espulsione del cerume. Di conseguenza, oltre a farvi sentire meglio poiché ci si facilita la digestione, insomma, masticare velocemente piccoli bocconi v’aiuta anche a sentire meglio in generale, e questo è sempre importante nell’ascoltare qualcun altro che parla, che peraltro non dovrà sforzarsi di usare un tono di voce troppo alto, riducendo così l’inquinamento acustico. Dicono anche che sia meglio iniziare il pasto con della verdura a temperatura ambiente: essa contiene sostanze che stimolano la pepsi e danno un maggiore senso di sazietà. Ovviamente, poco tempo dopo il pasto capita di sentire un leggero appetito: è una buona occasione dunque per spezzare l’attività, e gustarsi un frutto di stagione, bersi del tè, fare due passi, sgranchirsi le ossa, ossigenare i rapporti, sorridere.
Ci sono sempre dei validi motivi per essere seri, e mai abbastanza di altrettanto validi per essere sempre seriosi rispetto al quotidiano.

Superperdente

Come si chiama quando lasci perdere il tuo schiacciante vantaggio? Come si dice quando tutto quello che vuoi opporre ad una carica di bufali impazziti che sta per travolgerti è un semplice gesto del braccio, e a volte nemmeno quello? Come si chiama quando Kal-El indossa abiti di kriptonite, o è vicino ad una pietra di Clark Kent, cullato dal sordo vibrare della propria impotenza?

Centomila cavalli vapore di potenza dispersi in milioni di anni luce cubici di vuoto mentale prima di esprimersi.

Il mio amico superperdente osserva un mondo che non capisce attraverso un oblò portatile indossato su un occhio solo; sull’altro porta una benda, e si copre le orecchie così forte che invece del silenzio ascolta il proprio dolore pulsante. Al ritmo del cuore, al ritmo del cuore…
E intanto fuori piove, e intanto fuori albeggia, e la gente passa, e si muove, e fa le cose che deve o che può, o che vuol fare.

Al mio amico superperdente gliene frega soltanto delle cose che riesce ad afferrare. Spesso nemmeno di quelle. Otto milioni di farfalle sotto formaldeide lo lascerebbero al suo torpore, la foto di una formica lo esalta a livelli di fissione atomica. La debole carica magnetica nella sua memoria a breve termine si esaurisce in piani ondeggiamenti ridondanti, al sicuro di un’insonnia scavata in un bozzolo sotto le coperte.

Essendosi ritirato a vivere nella sua testa, osservando il piattume da un solo occhio, il tempo assume un significato atroce: l’assoluta immobilità di un giorno che è valido per ogni data. Il pomeriggio di ieri e la mattina dell’anno prossimo descrivono lo stesso grigiore, lo stesso sangue flemmatico, gli stessi bordi delle medesime pagine bianche, scritte con pazientissima e certosina cura con l’inchiostro simpatico.

Eppure qualcuno c’è. Nella stanza del palazzo disabitato puoi osservare l’assenza di polvere e ragnatele. Puoi osservare i resti d’un pranzo, le foto d’una domenica d’inverno. La moka col caffè ancora caldo dentro. La sensazione d’una voce dall’altra stanza.

Eh? Aspetta. Era solo un’impressione.
Ricominciamo.

Ciao, come va?

Esotico #n

Prendi del denaro, e compra.
Compra qualunque cosa valga quel denaro: spesso assieme ti danno in omaggio cose invisibili che non ti riguardano.
Queste cose invisibili che non ti riguardano le porti appresso sulla schiena, che non riesci ad esaminare con il tuo sguardo diretto. A volte ti ritrovi davanti allo specchio, e te ne accorgi.
Tenti di scrollartele di dosso, ma è difficile, è faticoso.
Le tieni. Sono invisibili ai tuoi occhi per gran parte del giorno, e le dimentichi.
Poi quelle cose rimangono quando te ne sei andato dalla stanza.

Restano in uno splendido salotto rococò a farsi abbracciare da luce ovattata, fatta di raggi visibili nella polvere, e una sorda vibrazione. Finché il padrone nuovo arriva, guarda in giro, s’annoia.
Compra quelle stesse cose per rivenderle, e nel farlo se ne accolla di nuove. Invisibili, che non lo riguardando, e che tenta di scrollarsi di dosso, ma di cui si dimentica.
Il gioco continua, e continua, finché i salotti rococò diventano uno strato geologico di roccia sedimentaria.

Gli eoni passano, la pressione interna sale. Vi sono eruzioni, e oceani di magma acido, che alimentano reazioni esplosive: si formano montagne e valli, gole di canyon, piatti, freddi e silenziosi altipiani. In questo rimescolamento di concetti, un germe si forma: si moltiplica in filamenti. Ha un carico di micro-cose invisibili e che non lo riguardano che trascina qui e là. I filamenti si intrecciano in tessuti, il tessuto riveste un organismo nuovo: vita.

Nella notte millenaria dell’incoscienza, le stelle brillano sull’intelligenza assopita. Tremolano in bagliori di approvazione sulle conquiste del pensiero fattosi materia, realizzate scansando e trascinandosi attraverso una fitta selva di cose invisibili e che non lo riguardano. Viene plasmato e assorbito per osmosi, acquisisce una volontà, e una serie di intenzioni. L’occhio si fa bocca, l’apprendimento la digestione del cibo, e l’abbandono del rifiuto. Inizia il ciclo dell’azoto, la trasformazione degli zuccheri in energia. Si cristallizza il calcio, si stratificano le fasce muscolari. Bianchi denti affondano in rosse carni, e lacerano via energia a brandelli, e strazianti grida. La quiete della vita vegetale, la ricchezza di scambi e mutazioni del regno animale, il costante lavorio del’invisibile, e una struttura di conseguenze, cose invisibili e che non riguardano niente.
Va formandosi da una infinità di attimi, lega e separa ogni cosa: dalla prospettiva dell’infinito, causa e effetto vanno confondendosi. Ogni distanza è dimezzabile, ogni vicinanza è una forma di distanza, e dunque niente può essere veramente vicino: quel che non è coincidente, è diverso e slegato, e segue la corrente di cose invisibili e che non riguardano nessuno che i nostri Padri avevano ereditato dagli acquisti con il loro denaro.

Madonna dona cinquecentomila dollari ai terremotati dell’Aquila, si vedono delle stelle dalla finestra del mio salotto rococò.

Certi pensieri notturni

Odia per difendere, ama per costruire.
La cosa peggiore da fare quando ci si sente soli è proprio quella di stare da soli.
Se sei disposto a bisbigliare con qualcuno attraverso il buco della serratura, tanto vale spalancare la porta.
Tu sei l’Altro.
Ci si spaventa così tanto di fronte ad una prospettiva, e ci si annoia a morte se non accade niente di nuovo.
Il cambiamento non implica il movimento. Il cambiamento porta però da qualche parte.
Quanto sei disposto a ricevere per amore? E quanto sei disposto a dare per odio?
Se si cammina assieme, ci si ferma assieme. Ma se siamo chiamati, dobbiamo andare. Il Cammino dunque spesso non è il medesimo, e non sempre c’è un posto al nostro fianco.
Qualcosa che non volevi che succedesse è successa, qualcosa che volevi che accadesse non l’avrai fatta accadere: questo ci dovrebbe ricordare che non siamo mai veramente soli.
Le parole rompono il silenzio, i gesti sbloccano la paralisi.
Se sei stato spinto giù dal burrone, e sei sopravvissuto, la cosa più saggia è spostarsi da là sotto: qualcun altro ti potrebbe precipitare addosso, e tu potresti non essere più così fortunato.
Ama per essere, odia per avere.