Per mantenerli freschi ci vuole l’acqua di troppe lacrime, ed io mi sono stufato di piangere.
Coltiverò invece la forza del mio stesso amore, e lo renderò un posto ideale per ripararmi da un’implacabile solitudine.
Il sito personale di Tamer Abdalla
Articoli del blog
Abbondanti rivoli di sudore gli correvano sulla schiena, inzuppandogli la maglietta. Quasi se la strappò via, tanta era la foga con la quale Libero prese a spogliarsi. Inutile; adesso era anche esposto ai raggi del sole. Avvolgenti, viscosi, assordanti raggi solari. Un caldo insopportabile, una fornace senza limiti, senza fughe, senza portelli da aprire in tempo. Gli oggetti stavano in una dignità praticamente mortale: pali roventi, impraticabili panchine di legno scuro, immondezzai in plastica prossimi alla colatura, asfalto quasi al punto di ebollizione. A Libero sembrava che le sue stesse membra fossero di cera. Si allungò per uscire dai pantaloni, per trascinarsi fuori dalle mutande. Ora ansimava, nudo come un animale, nella posizione più sfracellata e dissipante possibile, senza il minimo apprezzabile risultato.
Ebbe finalmente l’idea, e allora prese a ritirarsi.
Al di sotto del derma e dei suoi fasci muscolari, l’anima di Libero cominciò a spostare lo scheletro dentro il suo corpo-tuta. Le dita della mano presero ad afflosciarsi ormai prive del sostegno osseo, trasformandosi in penzolanti sacchetti di vene, tendini, rosso e buio. L’articolazione del gomito ormai non corrispondeva più a quella zona più magra e secca della pelle del braccio che fino a poco prima ne rivestiva l’appuntita angolosità, andando così a spezzare la continuità di quella anomala manica di carne in un punto più alto, circa alla metà della misura entro la quale si sarebbe dovuto trovare l’omero. Sfilato un braccio, era facile ormai sfilare anche l’altro; e dopo qualche sforzo Libero ormai poteva scorrere le dita della propria volontà sulle pareti interne del proprio collo, allargandolo dalla base via via verso l’alto, oltre la mascella, oltre gli zigomi e oltre le pareti temporali del cranio. Giunto ormai alla sommità del capo, gli bastò forzare il punto più debole del proprio cuoio capelluto: il totem-Libero finalmente uscì dal suo stesso sacco epidermico, cominciando subito a disperdersi nel vento.
Senza più il sostegno della sua anima, le ossa si ammucchiarono sul sacco floscio che prima chiunque poteva definire “Libero”; come un gas, senza più i vincoli del contenitore fisico che lo imprigionava, ora poteva espandersi e completare l’atmosfera del mondo intero, rarefacendosi in lungo e in largo, contemporaneamente in qualsiasi alba e tramonto, o notte e giorno, del pianeta.
Libero il Vento era l’anima esalata da un giovane adesso davvero senza forma.
Quel che prima non era che il contenuto destinato a celarsi dietro ad una faccia che invecchiava (indifferente nell’indifferenza), era infine diventato pura sostanza. Una sostanza leggera, apparentemente nulla. Eppure così vigorosa e potente, che ora soffiava sull’eternamente giovane vecchio sé abbandonato sfatto sul selciato davanti casa a condividere la decadente condizione della materia.
Se cercate Libero, ora, lo potete trovare immerso nei suoi giochi, mentre sorregge, facendoli atterrare lievi, una miriade di fiocchi di neve; o mentre trasporta lontano i sospiri di chi ama, permettendo l’emozione di una vertigine che ti fa chiudere gli occhi nel vento gentile del crepuscolo.
D’estate ci si scopre, e ci si riscopre; per le vie del mio paese pre-serale camminavo tranquillo, imbattendomi spesso in qualche conoscente a passeggio come me, o in gruppi di donne sedute a chiacchierare. Ragazzini ancora immersi nelle loro avventure, lenti vecchi con lo sguardo rivolto finalmente di nuovo verso l’alto, liberi dal giogo d’un sole ormai troppo più forte di loro. Quella ragazza in bicicletta, i soliti avventori dei barettini in piazza; tutto un lato della via principale occupato dalle macchine parcheggiate, forme scure e scintillanti che curiosamente mi ricordarono l’acqua increspata di un fiume ideale.
Così, al flusso delle immagini presto s’accompagnò il decorso dei pensieri; e mi chiedevo se qualcun altro era fermo ad ammirare lo stesso spettacolo. Se qualcuno, in macchina, tornando o partendo, stesse gettando lo sguardo sulla campagna, o sulla cittadina, o anche solo nella via.
Mi chiedevo anche quanti, invece, erano preoccupati di far altro; al chiuso di pareti domestiche o d’ufficio; occupati in una faccenda, occupati in una telefonata, occupati nel lavoro; in un colloquio, in una ripetizione; nell’abitacolo di un camion, in uno sgabuzzino; al volante di un taxi, ai comandi di un aeroplano, di servizio in sala operatoria; appostati prima di un’irruzione, in silenzio in una stanza, in attesa prima della sala parto; in cinque disperati, in due a pregare, da soli a morire; di spalle, ciechi, con gli occhiali da sole; a sviluppare foto, magari di tramonti.
“Salve”.
“Ciao”, mi rispose.
Tornai al ritmo dei miei passi, in un tramonto di luce ormai languida. I fari di qualche macchina, una famiglia in bicicletta, e un uomo coi suoi gatti seduto nel suo giardino.
Mi fermai, guardando a sinistra e poi a destra prima di attraversare; non arrivava nessuno. Nell’aria si poteva sentire l’odore della strada ancora tiepida, e l’olezzo dei fiori e del verde del mio quartiere. Mi voltai, giunto sotto casa, ancora una volta a guardare lo spettacolo della vita imperterrita avvolta nella luce livida di sera che ancora si spandeva, debole come una sfumatura, da ovest.
Con mio grande disappunto, solo stasera sto realizzando di aver buttato nel cesso due anni della mia vita.
Quando ci lasciammo, io poi lasciai tutto il resto: gli amici, la cura di me stesso, lo studio, la musica a cui tenevo, il lavoro, pretendendo però sempre le stesse cose, e fingendo sempre e comunque che le cose andassero sempre bene. O almeno normalmente.
Mi sedevo alla finestra della mia torre d’avorio, e ricevevo gli altri come ospiti ai quali non mi sarei mai sognato di mischiarmi: le ragazze a cui ho chiesto di uscire mi hanno sempre rifiutato, Francesca non voleva saperne di me, gli amici certe volte non mi telefonavano più. Uno strano, triste, silenzio compulsivo ha cominciato a riempirmi le giornate. Tutte uguali, più o meno.
Ripenso a lei, quasi ogni giorno. Quando ci penso, se mi va bene il pensiero è fugace, e scivola via. Altre volte, come oggi, sento che mi manca al punto che vorrei strozzarmi per quello che ho fatto; che, se fosse solo per quello, poco male. Il fatto è che semplicemente non ho più fatto nulla, e sono stato spesso patetico, stronzo, meschino, falso, brutto, triste.
Non cerco di farmi compatire: sto sempre a dire che il blog è un mezzo con cui mi esprimo, e, davvero, se lo rileggo non riesco a trovare molte tracce di Tamer, fra tutte quelle parole.
Io amavo stare in compagnia, amavo stringere Francesca in un abbraccio, sentirne il respiro. Amavo anche solo camminarle a fianco. Amavo Dio, amavo la gente, amavo stare fra le persone. Guardavo i bambini, e sapevo che potevo farli sorridere.
E adesso che sono passati giusto due anni, che cosa posso dire, di me?
Niente.
Non ho niente da dire.
Penso che sia la più bassa concezione di me che ho mai avuto.
La prossima andrà meglio. Senz’altro.
È tardi, la mia pausa pranzo finirà tra pochi minuti; poi dovrò rivestirmi, finire il caffè, sciacquarmi la bocca, i denti. Inforcare la bici, andare al lavoro: le ultime quattro ore per oggi.
Senza fiato: cena, due lavoretti al PC da sistemare, caricare la macchina, andare alle prove.
Oggi ho mangiato verdure grigliate e il mio pane, olio e sale come condimento.
Ho fatto il solito caffè doppio, leggero.
Volevo sentire un po’ di certa musica, invece sto sentendo l’EP dei Detektivbyrån.
Ieri volevo fare anche io il bagno, sabato avrei voluto uscire, avrei voluto che non piovesse. Venerdì… la frustrazione del venerdì non me la ricordo. Meglio.
Ma questa settimana andrà meglio. Forse pioverà di giorno, ma non importa.
Sì, questa settimana andrà meglio.
Repetita juvant.